Raffaella Cecchini Psicologa
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leggere

...ma come fanno i bambini ad imparare a leggere?

02 Febbraio 2015
  • intelligenza
  • famiglia
  • fiabe

 

Già prima di andare a scuola nasce nei bambini la curiosità verso lettere e numeri e così, pian piano, acquisiscono i prerequisiti alla letto-scrittura.


Il modello di Uta Frith (1985), oggi acquisito da tutti, spiega come l'apprendimento di questa abilità avvenga per stadi successivi che portano progressivamente alla comprensione del significato di una sequenza di simboli arbitrari quali sono le lettere. Inoltre, prestando attenzione al tipo di errori che il bambino fa mentre legge, possiamo capire quale stadio ha raggiunto e quale invece va potenziato.

Il primo stadio, chiamato LOGOGRAFICO, vede il bambino riconoscere e scrivere le parole come fossero un'immagine unica, un logo, come ad esempio, il marchio di un prodotto.

Successivamente, all'ingresso della scuola primaria, nello stadio PRECONVENZIONALE, l'allievo inizia a capire che la parola è composta da lettere cui corrispondono dei suoni.

Ma è solo nello stadio ALFABETICO (fine della prima classe) che viene acquisito il valore sonoro convenzionale delle lettere ed il bambino è in grado di applicare le regole di conversione grafema-fonema (lettera-suono). Questo passaggio è graduale e gli errori tipici di chi è ancora in questa fase sono di natura fonologica: sostituzioni ("dorta" per "torta"), omissioni ("lapada" per "lampada"), inversioni ("stilavi" per "stivali") ed intrusioni("bimbli" per "bimbi").

Per potenziare questa fase di apprendimento occorre esercitarsi sul rapporto biunivoco segno/suono e suono/segno.

Nello stadio ORTOGRAFICO (durante la seconda classe della Primaria) si memorizzano le corriscondenze suono/simbolo particolari come ad esempio i suoni /K/ o /G/ con cui si legge la lettera G; i suoni GN, GL, SC...Come si può immaginare, l'apprendimento delle regole ortografiche necessita di una buona capacità mnemonica specifica (memoria di lavoro) che permette l'avvio di una memoria ortografica che nel tempo renderà possibile il riconoscimento rapido delle parole.

I bambini che stanno ancora consolidando questa fase commettono sbagli quali erronee letture dei fonemi GN, GL, C/Q, della H e delle doppie.

Qui risulta utile lavorare sulla memorizzazione delle particolarità ortografiche più frequenti.

Infine, nell'ultimo stadio: quello LESSICALE, l'allievo riconosce le parole accedendo direttamente al significato ed è capace di leggere correttamente le parole in base al loro significato nella frase ("a" come preposizione o "ha" come verbo, "al lago" diversamente da "allago" come verbo...).

Leggere, come si può capire, non è facile anche se per noi adulti ormai risulta scontato come guidare l'auto: diamo il tempo ai nostri figli di automatizzare questo processo con tanto tanto esercizio e pazienza.

gioco d'azzardo

Rischia tutto...

13 Gennaio 2015
  • dipendenza
  • video giochi
  • adolescenza

 

Ho già parlato del gioco d'azzardo, tuttavia una recente ricerca ha concentrato il focu dell'attenzione sulla popolazione giovanile.

Infatti, negli ultimi vent'anni, la maggiore accessibilità ha in parte favorito il dilagare del problema rendendolo sempre più incidente dal punto di vista sociale, individuale ed economico.
Sebbene in Italia il gioco d'azzardo sia vietato per legge ai minori di 18 anni, secondo dati ESPAD del 2013 (tratti da Molinaro, Potente e Cutilli, 2014), la realtà è ben diversa: ben il 44% degli studenti (quasi la metà) ha giocato delle somme di denaro in varie forme e il 7% ha speso 50 euro o più nell'ultimo mese.
Inoltre il fenomeno non risulta essere distribuito in maniera omogenea: interessa maggiormente i maschi delle femmine ed alcune regioni italiane piuttosto che altre (in Calabria coinvolge il 53% degli studenti, in Basilicata il 52% e in Sicilia il 51% rispetto ad una media nazionale del 44%).

Nel DSM-V del 2013 (la nuova versione del manuale disgnostico dei disturbi mentali statunitense) l'ha inserito come specifico "Disturbo da gioco d'azzardo" all'interno del capitolo sulle dipendenze.

Tuttavia, a mio avviso, il problema va considerato da una prospettiva più ampia. Infatti le condizioni legislative e politiche hanno concesso una maggiore disponibilità del gioco e modificato le caratteristiche dei prodotti di gioco influendo sull'insorgenza e il mantenimento della patologia.

Forse, una legislazione più severa, potrebbe, se non eliminare le predisposizioni individuali alla patologia, almeno l'occasione di svilupparla e mantenerla con troppa facilità.
Cosa ne pensate?

resilienza

Come imparare a reagire bene di fronte alle difficoltà?

16 Dicembre 2014
  • burnout
  • lock down
  • benessere
  • coraggio
  • salute

 

Spesso mi sono chiesta, con sentimento di autentica ammirazione, come riuscissero alcune persone a "risorgere" dopo un lutto profondo o una malattia molto grave.

In psicologia la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici e di riorganizzare efficacemente la propria vita dinanzi alle difficoltà viene chiamata RESILIENZA.
Essa è una capacità che si riferisce ai singoli individui ma anche al contesto familiare o comunitario quando gli eventi traumatici coinvolgono un intero nucleo familiare o una comunità di persone come nei casi di guerre o catastrofi naturali.
Non esiste un unico modo di essere resilienti ma diversi, a seconda di come l'individuo o il gruppo funzionavano prima del colpo subito.

Ma la resilienza può essere insegnata ai nostri figli per renderli adulti capaci di superare eventuali momenti difficili senza esserne annientati?
Certamente si: è il clima in cui si cresce che la può favorire o deprimere. I bambini hanno già in sè delle competenze di base, compito dell'educatore è quello di incoraggiarli ad avere fiducia in esse.

Secondo Kenneth Ginsburg (2006) possiamo agire seguendo i seguenti passi:

COMPETENZA
La capacità di affrontare situazioni e problemi viene acquisita attraverso l'esperienza diretta e niente come il "sapere di sapere fare le cose" genera fiducia in sè. Quindi per un genitore è importante aiutare il bambino a mettere in pratica le sue competenze, ad affrontare la realtà dandogli un feedback per orientarsi nel mondo. E' necessario che non si mostri eccessivamente apprensivo o non si sostituisca a lui altrimenti il messaggio che potrebbe passare al bambino è del tipo "Non sono capace di fare le cose da solo ed il mondo è un posto troppo difficile e pericoloso per me", generando ansie ed insicurezze.

FIDUCIA IN SE STESSO
E' una fiducia realistica nelle proprie possibilità e non un delirio di onnipotenza. E' utile quindi che l'adulto non tratti il bambino come un incapace ma lo stimoli a riconoscere i miglioramenti ottenuti e, quando sbaglia, lo sostenga a fare meglio senza deriderlo o canzonarlo.

LEGAMI SOCIALI
come si è visto dalla ricerca psicologica, avere una buona rete di relazioni sociali, familiari ed extra-familiari, garantisce un maggior livello di benessere e nei momenti di difficoltà permette all'individuo di sentirsi al sicuro e di non essere solo nell'affrontare il mondo.

FRONTEGGIARE
Se impariamo a fronteggiare gli stress da bambini, da adulti siamo più equipaggiati; e la migliore protezione contro pericoli e difficoltà è disporre di un repertorio ampio e flessibile di strategie efficaci che vengono acquisite dalle figure di riferimento.
L'educatore quindi incoraggia strategie efficaci quali il dialogo e la condivisione (piuttosto che la chiusura in se stessi), la creatività, tecniche di rilassamento e svago, il sonno, lo sport o i giochi di movimento e la dieta sana.

CONTROLLO
Quando si possiede la consapevolezza di poter controllare le proprie azioni e i suoi esiti attraverso le proprie decisioni, ci si rende anche conto di poter resistere, di poter "fare la differenza". Se invece sono sempre gli altri (ad esempio i genitori) a decidere per noi, non abbiamo la possibilità di imparare e tenderemo a deresponsabilizzarci.

  1. Campagna per lo stress lavoro-correlato
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  4. Pandemia e adolescenti

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Dottoressa Raffaella Cecchini Psicologa e Psicoterapeuta

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